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Wolf Biermann poesie. La rivoluzione dopo le rivoluzioni.

SILVIO TALAMO BLOGZone e Scritture ~ Zones and Writings SILVIO TALAMO BLOG  Zone e scritture Zones and Writings  WOLF BIERMANN UNA POESIA UTOPICA IN SENO AD UNA RIVOLUZIONE REALE Cercavo un altro poeta a dire la verità, altra poesia. Quando per telefono ho parlato con il mio amico Franco che sapevo avere una biblioteca ben fornita con qualche libro non più in commercio da prestarmi, sono andato a vedere di che cosa si trattasse. Ho trovato l’autore cercato? Sì, ma non sapevo per quale motivo Franco mi propose subito qualche altra lettura e sembrava molto convinto, forse perché consapevole della mia permanenza a Berlino. Insieme parliamo dell’Italia che non visitavo da anni, del tracollo economico, i barconi di gente lasciata a morire in alto mare. Allora viene fuori qualche pubblicazione de “Il pane e le rose”, collana che anni addietro avrò visto ovunque tra le bancarelle intorno l’università, ed esattamente: “Poesie e realtà” due volumi di poesia italiana fiorita tra la guerra e la caduta del muro. Infine… c’è un tale Wolf Biermann. Ci metterò un po’ di tempo a collegare il libro e lo scrittore ai cenni che già qualche amico tedesco mi diede. Mi era già arrivato un qualche frammento di storia, suggerimenti, fotografie e canzoni tramite internet ma le visualizzerò dopo. Al momento l’artista mi era completamente sconosciuto. Lo leggo. Descrivere le sensazioni che si raggrumavano verso dopo verso è alquanto complesso. Il linguaggio del poeta sembrava essere molto lontano dalle istanze del simbolismo, un frutto della psiche che gusto sempre con piacere e che forse in quel momento cercavo. In più non avevo mai incontrato dal punto di vista letterario quelle connessioni culturali, politiche, artistiche che sapevo essere di una Berlino ormai andata. L’opera di Biermann che leggevo in una edizione Einaudi del 1976, è un’opera politica, rivoluzionaria nel senso proprio di appoggio, sostegno ai valori rivoluzionari socialisti: la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un appoggio, però, visto dall’interno, dall’altra parte del muro, quella che era opposta alla nostra, la parte dell’Est dove Biermann giovanissimo di sua volontà si trasferisce. Emerge subito la figura di Villon, il poeta fuorilegge sfuggito al cappio e amato da Rimbaud. Non riesco comunque a percepire quella certa decadenza, semmai, come lo stesso Biermann più avanti dice, un senso di tradimento. Sì ha l’impressione che il modello venga più trattato per quello che potrebbe rappresentare se dal medio evo fosse proiettato nel 900 e messo a spasso sotto il muro. Anche qui, comunque, Biermann non si consegna al mito. Tutto ha il sapore di una contestazione inquadrata nella storia, una provocazione in una chiave che un tempo avremmo potuto definire antiborghese, attraverso uno stile di vita irriverente, che celebra il condannato e non il giudice ma in un mondo, quello della DDR che la borghesia avrebbe dovuto abolirla. Questo pensavo. Il gran fratello Franz VillonVive su in camera da meSe gente viene a curiosareVillon non si fa trovarePoi si rannicchia con una bottigliaDi vino nell’armadioE aspetta che il pericolo sia passatoIl pericolo però è sempre in agguato(Ballade auf den Dichter François Villon – W. Biermann) Emerge Brecht, spesso attaccato nei suoi epigoni, amalgamato ad un realismo linguistico, popolare, schietto, volgare, alla mano, plebeo come dovrebbe essere il contestatore che parte dal basso di una piramide, un Bohémien “popolare” immerso in una espressione non conciliante con il vertice. Quello era il mondo del socialismo reale, il mondo del partito unico al potere <<Il partito si mozzò | tanti piedi buoni | tanti bei piedi | Il partito mozzò. | Però a differenza | dell’uomo sopraddetto | al partito qualche volta | il piede cresce ancora.>>, Ballade vom Mann. Un mondo, quindi, lontano e che conosciamo solo in parte, un mondo dove il poeta attacca il vertice (il luogo delle promesse mancate) e riscrive il soggetto rivoluzionario immerso in una nuova utopia, quella di un socialismo avulso dalla “burocrazia”. I suoi versi utilizzano i modelli della tradizione come una maschera, in una opposizione anarchicheggiante alle direttive culturali di potere che gli costerà una espulsione perpetua. Sì, perché contrariamente a molti tedeschi dell’Est che provarono a fuggire e superare il muro, da contestare come tutti i muri, a Wolf Biermann dopo un concerto all’ovest nel 1976 venne dato l’Ausbürgerung, il ritiro della cittadinanza e non gli fu più permesso di rientrare. Visse durante quegli anni nella Berlino ovest spiato dalla polizia segreta dell’Est, come ci dice in qualche intervista. Malgrado la proibizione si organizzò una piccola sala di registrazione in casa e registrò le canzoni, che sarebbero comunque state diffuse. Perché il poeta, giusto per sottolinearlo, era anche un cantautore, uno chansonnier, un Liedermacher di alto livello, tra Bob Dylan e Bach, che dichiara tra i suoi ascolti. ErmutigungDu, lass dich nicht verhärtenIn dieser harten ZeitDie allzu hart sind, brechenDie allzu spitz sind, stechenUnd brechen ab sogleichUnd brechen ab sogleich …. IncoraggiamentoTu, non lasciarti indurireIn questi tempi difficiliQuelli che sono troppo duri, si romponoQuelli che sono troppo taglienti, pungonoe poi subito si rompono … Quello che in ogni caso mi appassiona la fantasia è miccia che riaccende una memoria, una memoria quasi adolescenziale. La constatazione che la narrazione post-muro ha coperto ciò che è successo nel campo delle rivoluzioni con l’etichetta di stalinismo, quindi repressione oppure all’opposto caos e disfacimento. Una grande reinterpretazione che ha annullato la complessità di un momento storico e con essa quella del soggetto, del nostro essere soggetto. Qui invece la contestazione alla borghesia si prolunga, si concretizza nella contestazione al potere, ai burocrati, al Politburo e si estende, come a me piace interpretare a tutte le dittature; rimanendo dalla parte della rivoluzione, della rottura e dell’esperimento, in questo caso realistico. Anche se dovremmo capire di quale realtà stiamo parlando. Ed ora? Borghesia? Realismo? Rivoluzione? Biermann non si dichiarerà più comunista. I tempi sono cambiati. L’uomo ad una dimensione sembra aver vinto, è arrivato il digitale… Rimane a stuzzicare la mente la forte commistione di realtà, boheme, opposizione alle autocrazie e di reinterpretazione (non di annullamento) del soggetto scrivente,

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Oceanvs Orientalis vivere da dj

Articolo su Oceanvs Orientalis vivere da dj pubblicato su M|Hz inserto cartaceo di Metropolis nel mese di giugno 2021 Oceanvs Orientalis è uno degli artisti più rappresentativi della generazione che per ora potremmo chiamare elctro world, insomma un producer per noi semplicemente importante! Ed è quanto dire se si pensa che l’artista turco, vero nome Şafak Özkütle, nato nei pressi di Istanbul, ha dichiarato il suo odio per i club e che, al tempo stesso, si è avvicinato molto tardi alla musica elettronica. Stanco del suo lavoro come graphic designer spende il suo ultimo stipendio per comprare gli strumenti che poi utilizzerà come dj lavorando nel club di un amico. La sua musica, attraverso un collettivo brasiliano, il Voodoohop, arriverà prima in Brasile e poi, nella capitale San Paolo, alle orecchie della The Magic Movement label, etichetta Berlinese. Solo due anni dopo, Oceanvs Orientalis suonerà in tutto il mondo, marcando ed inventando un sound così come un concetto musicale. Il punto di partenza per l’ex impiegato è arrivato quando ha cominciato a mescolare la world music, allora una delle sue musiche preferite,con alcuni luoghi della musica elettronica e techno, primo fra tutti la cassa in quattro. Armamentario che si arricchirà con i delay, il montaggio, filtri, effetti, sample e synth. Non secondario è l’uso del software per la produzione, la DAW. Il suo è un universo che richiama la natura, di Ibiza preferisce appunto la spiaggia e le foreste. I ritmi non sono frenetici, il mood è pacato con un continuo riferimento all’acustico e alle radici. Il suo nome evoca la mappa degli oceani conosciuti prima di colombo e Şafak ha preso il nome della parte orientale. L’ultimo lavoro “Ex Nihilo” uscito per la Kanto Records è un album tematico che mette in suono tutti gli eventi che hanno portato alla nascita della vita sulla terra. Così, tra tradizione e tecnologia, l’armonia delle culture, di cui il nostro ci parla, ha un suo spazio ed un suo tempo: quello della creazione che termina con l’età verde. Silvio Talamo QUI IL PDF >> clicca <<  M|MHZ Metropolis on line

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Tash Sultana approda alla “Terra Firma”

Articolo pubblicato su M|Hz inserto cartaceo di Metropolis del 20.03.2021 Tash Sultana approda alla “Terra Firma” >>qui METROPOLIS on line<< Tash Sultana è un autentico fenomeno mondiale contemporaneo della musica e dello show, mondo quest’ultimo sempre più indissolubilmente legato ad un’altra parola, quella di business: show business. Non è cosa nuova per quelli di noi che hanno visto i click dei suoi video su You Tube crescere esponenzialmente stagione dopo stagione, video letteralmente fatti in casa, bianco e nero, telecamera fissa al centro e certo non di ultima generazione, con tanto di intrusa (forse la madre?) che faceva capolino dalla porta mentre una Tash Sultana poco più che maggiorenne cantava a turno quelli che sarebbero diventati i suoi successi, ad esempio: “Jungle”. Giovanissima chitarrista australiana con un passato turbolento e vicina alle tematiche gender o meglio genderqueer o nonbinary, come si definisce, l’abbiamo vista, sempre attraverso i suoi video, nelle sue performance da strada, altro ambiente preferito per la diffusione della sua musica. I video sono diventati virali e lei artista senza casa discografica, riviste patinate ed etichetta, praticamente autoprodottasi come centinaia di artisti adolescenti e non, è arrivata a calcare palchi sempre più grandi fino alla copertina, udite udite, di Rolling Stone Magazine. Il management sarebbe arrivato ed anche presto ma la base rimangono quelle home e street performance. Il suo tocco distintivo, oltre al cappelletto messo di traverso, una loop machine. Sì, perché la performer in questione oltre ad essere una fantasiosa polistrumentista, in primis la chitarra elettrica, si è presentata al mondo usando una loop machine. Registra al volo sul palco le linee melodiche, ritmiche, armoniche su cui basa i suoi arrangiamenti, una sperimentazione nel campo del cantautorato da cui si evince che ci sono ancora strade nuove da percorrere per dire cose. Il suo ultimo disco Terra Firma è uscito in questi giorni ed in futuro certamente ci saranno dichiarazioni e live da assaporare. Silvio Talamo M|MHZ Metropolis on line Silvio Talamo

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Dj Nicola Cruz, lo sciamano della psichedelia

Articolo pubblicato su M|Hz inserto cartaceo di Metropolis del 03.09.2010 Dj Nicola Cruz, lo sciamano della psichedelia >>qui METROPOLIS on line<< Nell’ambito del suono sta succedendo qualcosa di interessante, in quel campo musicale fatto di culture ancestrali, melodie tradizionali ed influenze elettroniche di cui il dj Nicola Cruz è una delle punte di diamante. Nell’universo mainstream siamo abituati a pensare al remix come un’operazione attraverso cui si esplora il potenziale di una hit per presentarla al pubblico della dance. L’operazione di Nicola Cruz è diversa. Nato in Francia da genitori ecuadoregni imbastiti della cultura tra-dizionale di provenienza e trasferitosi bambino in Ecuador, Nicola ha da subito esplorato il mondo della musica cominciando poi a plasmare canzoni popolari, strumenti e risonanze tribali, ritmiche legate alle radici della sua terra originaria; tagliando e ricucendo samples, armonie, voci dal sapore atavico ed unendole alla potenzialità degli strumenti elettronici: drum box, sintetizzatori, delays, cassa in quattro. I suoi lavori sono ipnotici, psichedelici, amniotici, sempre fortemente evocativi e spesso connessi al ballo. Lo si ascolta dopo le cacao ceremonies, durante le conferenze sulle medicine naturali sciamaniche ed è ovviamente possibile assistere ai suoi live o rintracciarlo sui social. Su you tube sono postati i suoi dj set per Boiler Room, Sonar e altre celebrate pagine. Il punto è che dietro l’interesse verso i ritmi rituali esiste una cultura, una visione delle cose, liturgie e religioni indigene, saperi popolari, patrimoni di conoscenze da salvaguardare che si sposano ad un nuovo revival folk sudamericano vivo e creativo; un revival sottratto all’idea che ci siamo fatti della musica sudamericana: da quella di spessore a quella più commerciabile. Nicola Cruz, insieme a tutto un movimento, unisce, celebrandolo, un passato primitivo ad un presente tecnologico in una fibrillazione che dall’underground, eterno crogiolo di linguaggi, emerge fino a noi. A gennaio 2019 esce Siku (ZZK), l’ultima fatica di Cruz. >> QUI IL PDF <<  M|MHZ Metropolis on line Silvio Talamo

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